La figura e il Segno
Un modo di esporre graficamente i propri spazi mentali e il diario raccolto dalla quotidianità che è quasi un racconto a episodi. Questo ci piace evidenziare di Simone Riccardi, un artista dall’affabulazione visionaria che al piacere del narrare, tramite la figura e il segno, aggiunge il tratto caratteristico di una indubbia personalità in sintonia con se stesso e con la realtà-verità circostante. Un percorso, il suo, decisamente impegnato e marchiato da una fluidità espressiva unica e unitaria. Ogni “racconto”, infatti, ha una matrice introspettiva, ossia il segno inconfondibile di un sincronismo colloquiale che coniuga alla perfezione il fantastico che è in noi con il respiro modulato dell’idea primigenia che ha spinto Simone Riccardi a presentare, quasi in un segmento filmico, l’acutezza del suo scandaglio figurativo. Nessuna rinuncia al parlato, nessuno squilibrio scenico e nessun particolare fittizio vanno a formare la sostanza, lirica o meno, delle sue costruzioni a mosaico figurale. C’è, anzi, un ben preciso dinamismo ad accompagnare la complessità dei racconti; e questo la dice lunga sul fatto che Simone Riccardi ha insito in sé un fervore inesauribile a livello di inventiva e di ricchezza di accostamenti, di pause ritmiche e di complessità spazio-temporali. C’è un messaggio a tutto campo in ogni sua narrazione, un messaggio che scardina i giochi aritmici dell’essere e dell’avere, e che, a gradi, si traduce in un passaggio segnico che fruisce, a livello primario, di un’aura non astratta, bensì criticamente ben inserita nello spazio fisico dell’oggi mutuante e dalle implicazioni trascendenti.
Anno 2000
Fulvio Castellani
L'UNIVERSO METAFISICO DI SIMONE RICCARDI
La prima impressione che si prova al cospetto delle opere di Simone Riccardi, figlio d’arte, è quella dell’originalità. Originalità che si snoda attraverso una serie di lavori, frutto di una particolare tecnica a inchiostro in bianco e nero e a colori, nei quali è racchiuso l’intero mondo del giovane artista. Una tecnica dall’autore posseduta con grande padronanza ove si considerino i fitti e sottili fili della trama che presiedono al messaggio riccardiano; messaggio che nei suoi enigmatici simbolismi rimanda alla lezione espressionistica – col suo imperativo del ritorno all’uomo primordiale e con la sua visione della vita deformata – sia, ancora, agli emblemi metafisici e, nel contempo, fantomatici che lasciano sempre intravedere, però, “l’intenzion” dell’artista, per dirla come Dante. Visione della vita che privilegia alcuni temi che come, ad esempio, quelli legati al motivo dei “frati”, che si muovono in processione anche con esiti nefasti, e delle mani che sembrano racchiudere, nella loro “prensibilità”, tutto il mistero dell’esistenza. Mistero che non rifugge, ci sembra, da richiami al “sacro” considerato che torna spesso, nei lavori, il tema dell’uomo messo in croce e, cioè, il Cristo. Ma c’è di più, perché gli obbiettivi prospettici di Simone Riccardi non si esauriscono nei soggetti menzionati in quanto frequenti e variegati si enucleano di fronte allo spettatore i rimanenti motivi che trovano, per fare un altro esempio, nella molteplicità delle casette e nella pluralità dei grattacieli gli autentici labirinti nelle cui spire gli uomini restano inesorabilmente prigionieri. Per queste ragioni, l’autore è riuscito a estrinsecare in maniera convincente la condizione dell’uomo contemporaneo stritolato nei tentacoli dell’alienazione e, in quanto tale, destinato allo “scacco”. Questa situazione è evidente in tutti i lavori del giovane artista frusinate; lavori caratterizzati da fittissime intelaiature che, ripetiamo, nullificano l’uomo facendolo impotente. A questo punto, rendono sempre più macabre le opere riccardiane sagome scheletriche che kafkianamente annientano l’uomo trasformato in moscerino penzolante; un po’ come Gregor Samsa – del racconto di kafka “Le metamorfosi” – che si sveglia un mattino tramutato in un immenso insetto. Entro tali inquiete coordinate si articola la complessa problematica di Simone Riccardi.
Anno 2002
Lino Di Stefano
UN TEATRO MICROCELLULARE
"Ma sicuro, è nel nero che brillano le luci, che si illuminano le lucciole, che scintillano i diamanti, le paillettes delle ballerine, i gioielli delle gran dame, la polvere delle stelle, il graffio d’un gesso colorato!"
ENRICO BAJ

Un giovane talento è una pianta in crescita, di cui è giusto seguire la libera espansione e insieme la capacità di autoregolamentarsi. Sono due elementi entrambi fortemente presenti nel lavoro di Simone Riccardi, che si traducono nello spazio del foglio in un quasi irrefrenabile proliferare dell’immaginazione grafica, e – in parallelo dialettico – in ferma consapevolezza dei rapporti. Simone agisce come il regista di un teatro visivo i cui unici cromatismi si giocano con grande ricchezza di nuances tra i due poli del bianco e del nero. E’ il piacere della sorpresa che guida la mano felice dell’artista nel suo labirintico snodarsi, nei suoi azzardi aberranti, nelle sue riprese implosive, nella sua impazienza microcellulare; e – di conserva – lo stupore del suo stesso sguardo di fronte a quello che sembra il proliferare delirante di una folla di microrganismi in migrazione permanente dentro una gabbia, invisibile sì, ma tuttavia rigida, tuttavia costrittiva. In questi fogli il principio della serialità continuamente variata si coniuga, in modi che potremmo definire attentamente svagati, al principio della dissipazione delle forme; anzi, dei lemuri. Sì, perché quello di Simone è un universo di ombre e di apparizioni effimere in movimento decentrato, galleggianti nella costipazione di un vuoto artificiale e inaudito, smisuratamente definite nel bianco-nero avvolgente, come in un bagno di materia amniotica. E’ un gioco tragiludico, quello del giovane artista ciociaro, e un gioco colto che prevede il ripensamento di certo surrealismo meno scolastico – come lingua e sintassi intrise di nomadismo paradossale, ben più che come ideologia -; prevede la riflessione su una realtà in poltiglia rivisitata attraverso filtri onirici molto consistenti e resistenti: certo, senza nessuna resa all’evasione o al capriccio insensato, oggi tanto di moda. Si faccia attenzione a certe ossessioni di questa figurazione fantasmatica: alla presenza delle mani, per esempio: emblema di desiderio e di impotenza, insieme indicazione e oscurità. Mani che non appartengono a nessuno, e che spesso dilagano sul foglio come plaghe desertiche che mangino il circostante paesaggio, per lasciare una quantità di inquietudini e di interrogazioni. Si badi a certe figure totemiche, grandi, meno grandi, minuscole, che si moltiplicano o si affermano in solitario nello spazio: e che certamente, al di là della loro puerilità giocosa, contribuiscono a produrre una dimensione di malessere e di spaesamento. Ecco ancora graffiti misteriosi che segnano un universo cellulare che si espande con velocità metastatica; ecco simil-tappeti che sono libri, o tavole da decifrare, sono scacchiere deformate per partite senza regole, anch’esse sospese in uno spazio che dà la vertigine proprio perché sembra sottrarsi ai canoni prospettici convenzionali, e il primo piano ha lo stesso valore delle immagini di fondo, il proscenio non annienta lo scenario. Tutto avviene su una sorta di ritmo musicale snodato e liquido, con fratture ritmiche repentine che agiscono come scosse sul riguardante e spappolano la rassicurante continuità dei percorsi figurali. Nulla di ingenuo, in tutto questo. Nessun cedimento di specie naive, ma una visibile coscienza della mutevolezza e della precarietà del vivere e del rappresentare. Qui la magia non è sciamanica, è razionale; e le mappe risultano allora esplorate/create dal segno che non si placa non concede riposo, in un affollamento dello spazio che sembra alimentarsi di un vero e proprio horror vacui e, alla fine, divora se stesso. Drammaticità e spettralità, allora. Festosità e sparizione – quindi morte. Ma sempre, tuttavia, un’invasione germinativa insoluta, tra incubo e leggerezza, qualcosa che fa pensare anche alle grandi figurazioni rupestri dei primordi, quando l’arte non esisteva in quanto concetto, e l’uomo delle caverne ripeteva sulle rocce le proprie aspirazioni animistiche, le proprie paure, le proprie speranze apotropaiche in forme magicorituali di elementarità radicale: Il tutto reso in termini laicamente dissipatori, quasi distratti e casuali, da un artista dei nostri giorni pieno di energia inventiva e di sapienza tecnica. E’ ovvio che in questo spandersi di impronte e di grafemi carichi di suggestioni molteplici sono rintracciabili la temporalità ritmica del cinema meno narrativo e soprattutto quella della tv (spot e videoclip). E’ la fame imperialistica con cui i suoi inchiostri conquistano il foglio, sottomettono lo spazio bianco, e ne fanno una geografia enigmatica certo diacronica e magari trans-temporale, ma acutamente presente, acutamente contemporanea.
Anno 2002
Mario Lunetta
DI TRAME E D'INCANTO
Leonardo considerava il disegno un’arte divina. Si legge nel Trattato della Pittura: “Il disegno è una scienza se esplora l’anatomia con la precisione del tratto, una deità se suggerisce il mistero con lo sfumato dell’ombra”. E ancora: “Ma la prima (la prima parte della prospettiva, n.d.r.), che sol si estende ne’ lineamenti e termini de’ corpi, è detta disegno, cioè figurazione di qualunque corpo. Da questa esce un’altra scienza che si estende in ombra e lume, o vuoi dire chiaro e scuro”. Egli identifica il disegnatore con il pittore: “Acciocché la prosperità del corpo non guasti quella dell’ingegno, il pittore ovvero il disegnatore dev’essere solitario”. Sull’esempio di Leonardo, anche Giorgio De Chirico considerava il disegno un’arte divina: “I nostri maestri prima di ogni altra cosa (scriveva nel 1919 sulla rivista Valori Plastici) ci insegnarono il disegno, arte divina, base di ogni costruzione plastica, scheletro di ogni opera buona, legge eterna che ogni artista deve seguire”. Simone Riccardi è un disegnatore eccezionale. Ha una mano leggera, un tratto rapido e preciso, un tocco sicuro, una fantasia inesauribile. Possiede del foglio bianco la padronanza che uno scenografo ha dello spazio teatrale, o un coreografo dei movimenti del corpo di ballo. Il suo è un universo surreale, onirico, labirintico, in apparenza infantile, in realtà profondo, nel senso che attinge al regno dell’inconscio, che, come insegnava Jacques Lacan, non evoca il caos primordiale, ma è strutturato come un linguaggio. Un linguaggio moderno, ipermoderno, il suo, in incessante metamorfosi, e tuttavia definito nei minimi dettagli, in bianco e nero e a colori, pullulante di immagini insolite, figure enigmatiche, silhouette, manichini, uomini vitruviani, donne fantasmatiche, gnomi, simboli, totem, teste, mani, braccia, fiori artificiali, linee e trame serpentine, geometrie bizzarre e vertiginose, un mondo disegnato che fa pensare alla magia favolosa d’un Klimt o all’immaginazione portentosa di un Matta. La ripetitività o la serialità, praticata ad oltranza da Andy Warhol, con le sue bottiglie di Coca Cola o le sue soup Campbell, è una esigenza espressiva, una scelta stilistica. Dice Kierkegaard in La ripetizione : “La ripetizione è un vestito indistruttibile che calza giusto e dolcemente, senza stringere né ballare addosso…..La ripetizione è una compagna amata di cui non ci si stanca mai, siccome è solo il nuovo ad annoiare…….Se Dio non avesse voluto la ripetizione, il mondo non sarebbe mai nato”. Simone Riccardi è tutto questo. Un artista a tutto tondo. Lui, soltanto lui, le sue affatturate ed appuntite lamine per solcare lo spazio attraverso trame d’incanto, alla ricerca dell’immaginario come strumento del vivere quotidiano ed espressione di sé.
Anno 2007
Costanzo Costantini
UMBRATILE RICERCA DI SÉ
Simone Riccardi potrebbe assomigliare a pochi contemporanei ma se ne distacca soprattutto per l’uso contraddittorio di tecniche compositive che discordano con il senso del disegno finale. Infatti l’artigianato dell’arte novecentesca è privato dei suoi messaggi originari; per esempio la linea infantile e tassonomica di Klee proprio quando si scopre citata rimanda ad altro, proprio perché riconosciuta va a fortificare un altro significato che in Riccardi è uguale a una denuncia della società disumana che vive tranquillamente la cronaca della propria morte. Sin dall’inizio del suo repertorio si riscontrano solo timidi accenni di narrazione, anche se alcune immagini (l’impiccato, l’altalenato, il giubilante, il terrorizzato…) simulano continuamente e sollecitano all’osservatore un percorso che in realtà diviene un incoraggiamento a costruirlo poiché non ve n’è traccia certa. Quindi si riscontra intenzionalità e non chiarezza logica, si chiede complicità e sforzo immaginifico al lettore e non una pura sequela di significato. Il discorso che si scorge risulta umbratile e ludicamente “filofobiaco” perché diffonde una condizione prenatale di paura, quando la differenza tra male e bene è semplicemente ridotta a gioco. In sintesi l’effetto repentino e più acclarato è la stimolazione di un ragionamento, l’invito a trovarne la fine. Riccardi, solare e riservato nei rapporti umani ma anche misterioso e goliardico, immaginato dai suoi lavori sembra un artista nascosto e tremebondo perché la percezione globale è oggi mediatica e quindi olistica; ci fa apparire scontata la simbiosi di vita e arte, come modello inviolabile di assoluta verità e autenticità. Il processo artistico dalla nascita dell’idea alla prassi invece non è nulla di più nascosto e prezioso, e non si realizza necessariamente con la deturpazione in toto della vita dell’artista. Il fulcro dell’opera riccardiana si rivela soprattutto nella lunga discussione sulla metafisica e i problemi post-heideggeriani che il 900 ci ha posti rimanendo tutt’ora irrisolvibili. In che modo? Osservate il segno, il contorno che costruisce molti dei suoi meccanismi di supplizio: si contrappone fortemente all’espressività che le figure di uomini anonimi tentano di evocare. L’uomo o ciò che ne rimane è immerso in un marchingegno (la famiglia, l’amicizia, la geografia, la casa, la città…) ingovernabile, è tempestato egli stesso da sentimenti e desideri poco credibili perché abusati e inautentici, copiati dal modello corrente di conformismo. In realtà ciò è solo una condanna a eseguirli all’infinito, fino alla morte, senza progettualità alcuna oltre quella di essere ciò che il ruolo sociale ti impone. Così troviamo una chiave di lettura per il sarcasmo della gestualità sessuale, il suicidio inscenato per gioco e a volte ultimo momento drammatico della narrazione, il giubilo insensato di queste anime nere che vagano in uno spazio indecifrabile. La sua espressività non è grafica ma semantica; l’impiccato non precisa il perché della sua situazione ma è il veicolo che la mente dirige dove vuole. Per ricordare il cambiamento dell’artigianato; la legenda che si scopre e si ramifica nel tempo dalle sue prime opere, oggi c’è ancora ma subisce un processo di deformazione, come se lo sviluppo, accezione positiva e progettuale, sia andato perso, deprezzato delle sue promesse mai concretizzatesi. Lo sviluppo non c’è e nemmeno diventa involuzione ma è vera e propria deformazione, cioè trasformazione negativa dei parametri che coniugano insieme forma e messaggio. L’attuale ricerca di Riccardi è solitaria e coraggiosa poiché non si confronta con il dramma contemporaneo dell’arte per l’arte, con il messaggio universale che abusato diviene spesso meramente relativista di alcune opere, con il citazionismo e l’Enciclopediche tassonomie feticiste che aspirano a catalogare la nostra percezione, ma si concentra su una condizione dell’uomo che oggi non viene più investigata: l’uomo di fronte alla sua tradizione, alla sua moralità deforme, alla sua ricerca cieca di felicità. Per questi motivi Simone Riccardi lavora nell’ombra, l’unico spazio ancora enigmatico e interrogativo, e solo attraverso di essa scopre ciò che alla luce, ormai standardizzata e quindi vuota e senza mistero, purtroppo non si riesce più a scoprire.
Anno 2007
M. De Santis
RECENSIONE CRITICA DI MARIO LUNETTA SULL’OPERA DI SIMONE RICCARDI
Mario Lunetta, critico d’arte e storico dell’arte. Ha scritto diverse recensioni e articoli sull’opera dell’artista italiano Simone Riccardi. Ecco alcune citazioni:

“Simone Riccardi è un artista che opera al confine tra la pittura, la scultura e la fotografia, creando opere che sono al tempo stesso oggetti e immagini. La sua ricerca è caratterizzata da una costante sperimentazione e da una profonda riflessione sulla natura dell’arte e sulla sua relazione con la realtà.”
Mario Lunetta, “Simone Riccardi: la materia dell’arte”, in “Arte e Critica”, n.67, 2011

“Le opere di Simone Riccardi sono caratterizzate da una grande ricchezza di significati e da una profonda complessità. L’artista utilizza una varietà di tecniche e materiali per creare opere che sono al tempo stesso astratte e figurative, concettuali e emotive.”
Mario Lunetta, “Simone Riccardi: la poetica dell’ambiguità”, in “Flash Art”, n.294, 2012

“Simone Riccardi è un artista che non si limita a creare opere d’arte, ma cerca di creare un’esperienza totale, che coinvolga lo spettatore a livello emotivo, intellettuale e sensoriale, Le sue opere sono come dei portali che ci conducono in un mondo altro, un mondo che è al tempo stesso familiare e sconosciuto.”
Mario Lunetta, “Simone Riccardi: l’arte come esperienza”, in “Arte e Critica”, n.83, 2015
Anno 2011 - 2012 - 2015
Mario Lunetta
VIAGGIO NEL BUIO ACCECANTE DI UN UNIVERSO SCHIZOIDE
Accentuando la nativa marca visionaria dell’artista, questa suite di lavori recenti di Simone Riccardi presenta un tasso onirico sregolato, fluttuante in vuoti d’aria da incubo astronautico: figurazioni umane o post-umane, animali, oggettuali sorprese in posture da balletto sconsiderato o da danza macabra, slogate o addirittura schiantate nei loro assetti fisiologici come straziati da un’emotività che può risolversi in urlo e furore, in smorfia dolorosa o in rictus: emblemi della solitudine che è piuttosto isolamento e costrizione, della negatività e del desiderio violentemente frustrato. Le loro possibilità di salvezza restano illusorie. La loro vita effimera, scatenata e clownesca si sviluppa in una spirale soprattutto mimica: un’avventura di corto respiro che sembra conoscere solo la dissipazione inutile o il sarcasmo impotente, assolutamente deprivate come sono di qualsiasi ruolo e gerarchia sociale e – si direbbe – di qualsiasi funzione attiva riconoscibile, dal momento che il loro timbro è quello di puri ectoplasmi parcellizzati, apparizioni frammentarie impegnate in gestualità incongrue, essenze simili a totem il cui unico residuale carattere consista nella goffaggine sfrontata dell’esposizione, al di là di ogni storia individuale. Il lampo ripetuto da una galleria di lacerti senza catarsi: ecco cosa sembra a primo impatto l’effetto prodotto da queste immagini di efficacissima, radicale sottrazione di destino (e di destinazione). Una sorta di horror movie immerso in un bagno di lividori nel quale queste icone fantasmatiche - mònadi buffe, ghignanti, violente o disperate - non hanno rapporti fra loro, perse in una sospensione tragicomica, al limite del buio accecante che abita i territori dell’inconscio contemporaneo, per più di un verso apparentabile (ma con un effetto tremendamente moltiplicatore) al buio che Freud esplorava fin dal remoto 1910 nei grandi Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio. Questo universo schizoide non è in grado di emettere parole articolate, ma solo sordi segnali sotto forma di moti epilettici, presentandosi attraverso reperti disgregati. Mani, piedi, teste, ali di uccelli, membra animali, attoniti volti infantili, irriconoscibili giocattoli vagano nella tenebra o nel bianco lattiginoso senza dare ombra né conservare memoria dei loro titolari: corpuscoli drammaticamente dispersi in un freddo preannuncio di fine del mondo. Tutto, all’interno del suo spazio al contempo sconfinato ed ermetico, nel quale può affiorare a un tratto una bava di umorismo nero, di eros contratto, di exploit sportivo in solitario o addirittura un accenno di gioco infantile, si rapporta per via allegorica al caos irrisolvibile della nostra realtà priva di nessi, quasi un immane puzzle che non riescono a confortare neppure lo splendore della fiamma solare o la luce candidissima della luna, che peraltro presenta la sua falce con la minaccia di una lama. Le immagini repentine e folgoranti di Simone Riccardi non promettono alcuna forma di evasione, nevrotica o elusiva che sia, ma parlano con impietoso straniamento critico del nostro mondo e della nostra storia. Così, in queste splendide tavole gremite delle nostre vanità e del nostro nulla, nella sua assoluta indisciplina tutto obbedisce unicamente alla sferza dello stile: uno stile insieme allusivo e intrattabile, immediato e sapiente, collerico e blindato nel suo rigore da clinica, o da residuato bellico. Il soqquadro babelico è ritmato dalla perizia dissociata del montaggio, che dalla grande lezione delle avanguardie novecentesche ha tratto il prolungamento odierno del Caso e della Necessità, lo scatto irridente e lo Scarto dalla Norma. Ecco allora le ragioni per cui il fascino di questa suite risulta concentrato, intelligente e crudele, eppure spande attorno a sé una quantità di tracce, di impronte, di prove: di prove del crimine che distrugge ciecamente la vita del pianeta. Un artista grande come Francis Bacon, che nel 1955 scrisse “Non c’è tensione in un quadro se non c’è lotta con l’oggetto”, la avrebbe sicuramente apprezzata. Simone Riccardi può essere fiero di averla realizzata.
Anno 2012
Mario Lunetta
Polimorfia di Simone Riccardi
Si tratta di una sperimentazione assai articolata che coinvolge l’osservatore a più livelli sensoriali. L’artista coniuga materia luminosa e un impaginato segnico monocromatico e in un costrutto plastico e pittorico al tempo stesso.
Installazione con piedistallo, basamento illuminato, scatola scenica di specchi e grafica digitale su acetato tra due vetri.
Anno 2014
Paolo Levi
RECENSIONE CRITICA SULL’OPERA DI SIMONE RICCARDI: L’OSCILLAZIONE TRA REALTÀ E SOGNO
L’opera di Simone Riccardi è un esempio emblematico di come l’arte contemporanea possa oscillare tra realtà e sogno, tra concretezza e astrazione. Attraverso una varietà di medium, dall’installazione alla fotografia, dalla pittura alla scultura, Riccardi crea opere che sono al tempo stesso enigmatiche e seducenti. La prima impressione che si ha guardando le opere di Riccardi è quella di essere di fronte a un mondo onirico, dove le regole della realtà non valgono più. Le sue figure umane, spesso rappresentate con gli occhi chiusi o con espressioni enigmatiche, sembrano essere sospese in un limbo tra veglia e sonno. Le sue opere sono infatti piene di riferimenti alla storia dell’arte, alla cultura popolare e alla società contemporanea. I suoi personaggi, ad esempio, sembrano essere usciti dalle pagine di un romanzo di Kafka o di Borges, mentre le architetture e gli oggetti che li circondano ricordano le opere di artisti come Magritte o Dalì. In questo senso, l’opera di Riccardi può essere vista come una sorta di “meta-realtà”, dove la realtà e il sogno si confondono e si sovrappongono. E’ un’opera che invita lo spettatore a riflettere sulla natura della realtà e sulla nostra percezione del mondo che ci circonda.
Anno 2016
Mario Lunetta
RECENSIONE CRITICA DI VITTORIO SGARBI SULL’OPERA DI SIMONE RICCARDI
Vittorio Sgarbi, noto critico d’arte, ha scritto sull’artista Simone Riccardi, evidenziando la sua poliedricità e la sua capacità di esprimersi attraverso diverse forme d’arte, come la pittura digitale, la fotografia, l’installazione e la video arte. Sgarbi sottolinea come Riccardi sia un artista completo, capace di spaziare tra diverse discipline e di creare opere che sono al tempo stesso poetiche e concettuali.
Anno 2017
Vittorio Sgarbi
Sentimenti di natura. Dentro l’opera dell’artista frusinate Simone Riccardi.
«Il mio compito d’artista è promuovere sentimenti e valori che oggi stanno svanendo. Siamo immersi in un mondo caotico e problematico. In realtà ci sono emozioni che non indaghiamo e questo filmato rappresenta quelle dimensioni inesplorate, cerca di combattere l’orrore della vita quotidiana, sensibilizzare, aprire lo sguardo». Descrive così Simone Riccardi, 41 anni, artista multimediale, video performer, scenografo, pittore e illustratore frusinate, “Preghiera – Reperti d’Autunno”: la sua più recente opera cinematografica, in procinto di essere pubblicata. Immerso da sempre nel mondo dell’arte, Riccardi si prodiga per educare al sentimento attraverso i suoi lavori: «Bisogna considerare l’arte come una sedia vuota – aggiunge – Occorre sedersi, iniziare a riflettere e creare». Il suo è un percorso che inizia assai precocemente. Viene introdotto, infatti, nel mondo dell’arte dal padre, il maestro Gian Carlo Riccardi, dal quale eredita quella sensibilità che gli permette di andare oltre il visibile e rendere in immagini le emozioni. Laureatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone, intraprende la carriera artistica attraverso sperimentazioni che lo portano a una continua evoluzione: dagli inchiostri in bianco e nero alle tecniche grafiche, fino alla produzione di cortometraggi. Come, appunto, “Preghiera – Reperti d’Autunno” nel quale sono inserite alcune sue opere digitali. Presentato a Milano da Vittorio Sgarbi, comprende un catalogo realizzato dall’associazione culturale Artetra di Salerno. Inoltre, a breve uscirà una monografia in video su “Sky Arte” a cura di Federico Caloi (il video nel frattempo è uscito, si trova in testa alla pagina, ndr). In quest’opera, che abbiamo potuto vedere anche noi in anteprima, Simone Riccardi interpreta il padre Gian Carlo attraverso alcuni motivi tipici del suo operato teatrale, come l’uomo vestito di bianco con la sciarpa rossa, la barchetta, la scatola, tramite un nuovo linguaggio. «Non è stato semplice interpretare mio padre», spiega l’artista. Il video è in bianco e nero, come a voler richiamare alla memoria tempi lontani. Si apre con l’immagine di Simone Riccardi visto di spalle. Guarda il paesaggio ciociaro, vuole esaltare la magnificenza della natura con alcuni gesti e la musica di compositori come Beethoven, Albinoni e Chopin, tanto cari al padre, mentre viene declamato “Il porto sepolto” di Ungaretti. Poi d’un tratto una scatola. All’interno un mondo fatto di sogni ed immagini di vita. L’artista intraprende, così, un viaggio nei suoi ricordi prendendo per mano suo padre. Si scorgono delle barche e delle bambole, emblemi della figura paterna, dei bambini teneri e paffuti ma svuotati del loro sguardo, alcune mani che s’intrecciano in abbracci assenti. Inizia così il suo viaggio solitario, la mano del padre lentamente si allontana e il figlio vaga tra immagini antitetiche di vita e morte, di persone assopite in un torpore che, forse, sarà eterno. Infine, una barchetta di carta che deflagra nell’acqua tra i vagiti di un neonato. Il cortometraggio, dal forte impatto emotivo, ha il compito di suscitare domande, provocare curiosità e far riflettere. “L’opera d’arte è aperta, ognuno di noi può leggerla in modo diverso” conferma Simone Riccardi. Così dialoga con il pubblico mediante gesti, visioni, simboli, tutte metafore contenenti significati che lo spettatore deve svelare. L’antitesi fra la vita e la morte d’altro canto è un concetto che percorre tutta la carriera artistica di Riccardi. E con “Preghiera – Reperti d’Autunno” realizza una provocazione etica rivendicando l’importanza di ciò che dovrebbe essere naturale nella società, a partire dal sentimento, sintetizzato dal vagito del bambino che può rappresentare un pianto di vita, di commozione e di tristezza al cospetto dei cicli dell’esistenza.
Anno 2018
Valentina Coccarelli
IL VISIONARIO DI SIMONE RICCARDI
Il protagonista, un uomo particolarmente agitato, respira con affanno e il suo sguardo è incantato verso una dimensione immaginaria. Si nota un sipario chiuso nell’ombra, illuminato soltanto da un piccolo lume di lanterna. La luce si sposta con costante lentezza nel tentativo di trovare qualcosa, ma il sipario rimane chiuso. Si susseguono altre scene enigmatiche dai significati plurimi, fin ad arrivare ad una scena significativa in cui si evidenzia un libro bianco con la scritta “nostalgia”, e le mani dell’uomo adagiate ai lati. La scena seguente si presenta con l’uomo che ha nella mano un pennarello nero e disegna una casa, in stile ludico. Egli riuscirà a dar vita a quei simboli del tempo in emblemi dell’infanzia, tanto cari all’uomo. Un gioco a specchio tra la nuda realtà e l’immaginazione. L’opera è un susseguirsi di ritualità gestuali delle mani, quasi ad invocare un’apertura spazio / temporale verso l’invisibile, rendendo gli oggetti adoperati, summa di una sacralità laica. Dunque, una relazione simbiotica tra il visibile e l’invisibile. L’uomo testimonia un’esigenza metafisica “dell’attraversamento dimensionale” come nella scena della cornice posta di fronte il cielo e la mano del protagonista che cerca di penetrare la superficie del “quadro”. L’uomo, una volta completato il disegno della casa, rivivrà nella sua mente alcune immagini enigmatiche come all’inizio del filmato. Il protagonista avrà un risveglio agitato fino al momento del finale. La mano dell’uomo è protesa verso il sipario come ad indicare “il bisogno” di una possibile “meraviglia”. Il finale è rappresentato da un dubbio amletico: l’ultima scena de “il campo dei fiori” rappresenta la realtà o è un’immaginazione percepita dal protagonista? Ai fruitori l’ardua sentenza!
Anno 2018
Galleria Gaudì – Premio Velàzquez
RECENSIONE CRITICA DI PHILIPPE DAVERIO SULL’OPERA DI SIMONE RICCARDI
L’autore, eclettico e versatile, merita un posto di rilievo nel firmamento artistico. La sua stella brilla di una luce propria che investe tutti noi e ce la restituisce sotto forma di nuove creazioni, di sogni rinnovati e di splendide opere d’arte.
Anno 2018
Philippe Daverio
SIMONE RICCARDI, UN MODERNO ALCHIMISTA
L’artista è un vero e proprio mago, un moderno alchimista. Uno scienziato sempre pronto a nuove sperimentazioni; mai pago di ricercare la formula della “pietra filosofale” che trasformi ogni oggetto in Arte. Ogni difformità in Bellezza.
Arte Salerno
Anno 2018
Jean Blanchaert
I calchi digitali di Simone Riccardi
Le elaborazioni digitali esperite da Simone Riccardi sono l’esempio più riuscito di quello che potremmo definire una sperimentazione artistica priva di sovrastrutture estetiche e concettuali. Si tratta della descrizione dell’intervento dell’Io soggetto in circostanze di urgenza creativa ed emotiva. L’inquietante e oscuro universo di Riccardi vuole forse descrivere l’oscenità del mondo contemporaneo. Egli cattura lo sguardo dello spettatore attraverso la messa in scena d’involucri vuoti che portano con sé l'odore del passato. L’artista cerca di esplorare le emozioni umane attraverso l’indagine epidermica delle proprie emozioni. Il desiderio di conoscere il mondo che lo circonda, lo porta ad indagare temi come la solitudine delle relazioni umane, le sensazioni di distacco, di alienazione e di solitudine. Nelle sue creazioni troviamo, infatti, dei corpi impietriti, dall’aspetto minerale, quasi sagome in convalescenza, dove l’oggetto di se stessi è smarrito e diventa difficile ritrovarlo. Un’opera che fa probabilmente eco al dramma umano degli odierni scenari di conflitto, il cui volto senza volto delle bambole fa risuonare il problema collettivo legato alla propria individualità. L’aspetto inquietante delle bambole è dato dalla consapevolezza che pur avendo le sembianze di uomini, esse sono al loro interno completamente vuote, sono la custodia esteriore dell’apparenza umana. Un’umanità deprivata della sua essenza vitale, ridotta a mero oggetto, trasposta alle numerose cose vuote che quotidianamente manipoliamo. Con la loro perfetta immobilità, lo sguardo congelato verso una cruda realtà che non sanno osservare, le bambole diventano monito ad assumere una posizione più umana verso il prossimo. Così i calchi digitali di Riccardi, con la loro espressione ingessata e i corpi pietrificati privi di suono e senza tono “conservano l’inutilità del tempo”, richiamando la coscienza di un essere vuoto.
Anno 2019
Rosita Taurone
IL GUARDIANO DELLE NUVOLE DI SIMONE RICCARDI
L’opera in video de “Il Guardiano delle nuvole” rappresenta l’ultimo capitolo di una tetralogia sul tema della memoria: l’adolescenza, la scuola, i primi teneri amori. Questi sentimenti sono tradotti in incisioni che scorrono come solchi nel tempo tra i banchi della vita. C’è un filo conduttore comune tra le quattro opere - “I Dormienti, 2016”, “Preghiera, reperti d’autunno 2017”, “Il Visionario, dietro il sipario, 2018” e “Il Guardiano delle nuvole, 2019”, l’idea dello scavo, del ritrovamento di un’antica e primigenia memoria. “Il Guardiano delle nuvole” rappresenta una cerimonia laica tra la performance e l’installazione all’interno di un impianto scenografico noir. Un racconto evocativo, intriso di suggestioni liriche e di un surrealismo a volte macabro, ma con l’intento di testimoniare l’estremo tentativo dell’uomo di poter esplorare l’insondabile. Ciò che in fondo non ci è consentito conoscere. Forse un tentativo fin troppo pretenzioso, utopistico, ma necessario per comprendere i significati più profondi e nobili dell’animo umano.
Anno 2019
Espace Thorigny - Le Marais - Premio Art Paris
LE ICONE FANTASTICHE DI SIMONE RICCARDI
“…Simone Riccardi ha realizzato un video artistico intitolato - Preghiera, reperti d’autunno - e dedicato alla figura del padre Gian Carlo Riccardi, un grande artista anch’egli e figura di grande spicco nel panorama artistico contemporaneo, scomparso nel 2015. In quest’opera l’artista esplora il tema della memoria. Riccardi ha interpretato sapientemente la figura del padre in scena e i soggetti dell’arte diventano emblemi. Il tema della memoria si evidenzia come un afflato, un ente vivo che rimane legato al passato. Un passato che non muoia e che sia ancora presente, perché senza la memoria probabilmente tutto è perso. Le figure sono delle icone fantastiche, dove l’artista evidenzia un ambiente schizoide attraverso il tema del ricordo, del rapporto tra la società e il contemporaneo, in totale assenza di catarsi o redenzione…”
Anno 2019
Full Art Immersion - Federico Caloi
IN UN SUSSEGUIRSI D’IMMAGINI-SIMBOLO
Nella dimensione reale del temporale, il viaggiatore / spettatore si nutre di un ipotetico cammino non tangibile delle emozioni e della memoria. In un susseguirsi di immagini simbolo, la crescita fisica coincide con l’esigenza di una crescita intima, per mezzo dell’acqua; elemento sacro e vitale, veicolo di purificazione, d’idee e di pericolo. L’acqua cade e l’assenza dei suoni introduce e sottolinea l’unione tra il reale e il ricordo lontano. Le due dimensioni si liberano e si compenetrano, permettendo la visione e la possibilità di “toccare” l’essenza di ognuno. Il viaggio prosegue nella luce della speranza (il lampione), minacciata dal temporale (il pericolo) che rimanda a ricordi d’infanzia, solo in parte scalfiti dal tempo. L’essere umano ha bisogno di vedere nella finitezza la spiritualità, per mezzo della sublimazione delle immagini. La forma primordiale incarna le paure dell’uomo e il simbolo di uno stato d’animo interiore, che accompagna gran parte della nostra vita e al quale non possiamo sottrarci. Il bambino diviene uomo e poi anziano, sotto la minaccia del temporale che cresce e amplifica il disagio e l’inadeguatezza dell’uomo nell’affrontare le difficoltà. La malinconia dei ricordi muta in nostalgia, per una dimensione fanciullesca, quando il pericolo era meno avvertito. La forza del temporale lascia il posto a una cascata impetuosa, naufragio e disperazione, impotenza e incapacità di reagire alle problematiche e alla morte. La ripetuta percezione di tale stato interiore, rafforza il protrarre dell’inquietudine in un perpetuo malessere, mescolando la vita e la morte in un unico pensiero: la paura. Un’esperienza metafisica, dove il dramma esistenziale si alimenta tra la natura e il mondo interiore, la perenne lotta tra il pericolo e la sopravvivenza, con la consapevolezza di non poterle sfuggire.
Anno 2020
Fondazione Sorrento - Laura Oliva
Maternità - Il fuoco di Marlene
“Maternità, Il fuoco di Marlene” - Performance-installazione in video. Opera scritta e diretta da Simone Riccardi con la partecipazione di Laura Oliva nella parte di “Marlene” e della “nera Signora”. Il progetto artistico è nato grazie ad una storia vera. L’opera affronta il tema della maternità perduta di una madre che non si rassegna al dolore immedicabile. Il letto rappresenta tutto il mondo poetico ed intimo della protagonista, e allo stesso tempo la sua prigione da cui non potrà mai più uscire. Un itinerario liturgico nel senso laico, un insieme di ritualità gestuali concepite per esorcizzare la drammaticità dell’evento. Una scenografia noir accompagna la protagonista nel suo itinerario visionario, una scatola contenitrice di emblemi della memoria, simboli della natura quali: la luna, le stelle e un fondale ideato per evidenziare la figura di un corpo umano decomposto e in trasformazione. L’opera vuole lasciare al pubblico un emblematico interrogativo: l’amore può salvare Marlene da un dolore così grande?
Anno 2021
Dedicato a Marlene
RECENSIONE CRITICA SULLA VIDEO OPERA – LA TEORIA DELLE OMBRE – DI SIMONE RICCARDI
“La teoria delle ombre” è un’opera video dell’artista italiano Simone Riccardi, realizzata nel 2021. Una riflessione sulla natura dell’identità e sulla relazione tra l’individuo e la sua ombra. L’opera è una installazione multimediale che combina immagini in movimento, suoni e testi. L’artista utilizza una tecnica di animazione digitale per creare un’atmosfera onirica e surreale che esplora tematiche come l’identità e l’alterità: l’artista indaga la parte nascosta della personalità. L’opera riflette sulla natura della memoria e sull’oblio, utilizzando immagini e suoni per evocare ricordi e sensazioni. L’atmosfera onirica sottolinea un confine labile tra sogno e realtà, invitando lo spettatore a riflettere sulla natura della percezione. Il bianco e nero crea un’atmosfera emotiva enfatizzando le tematiche trattate. La colonna sonora evidenzia un’atmosfera immersiva, accentuando le emozioni evocate dall’opera.
Anno 2022
A.I.
La teoria delle ombre di Simone Riccardi
La danza delle ombre prende vita attraverso la “Teoria delle Ombre”, una video performance che esplora la sottile frontiera tra luce e oscurità. Su uno sfondo etereo, le ombre si rincorrono, si intrecciano e si dissolvono in una sinfonia di movimenti senza forma. La luce, protagonista e antagonista, rivela la bellezza nascosta nell’oscurità, disegnando silhouettes d’immenso fascino. La performance diventa così un racconto visivo, una poesia in movimento che esplora il delicato equilibrio tra la luce che svela e l’ombra che avvolge, aprendo porte alla contemplazione di un’arte che abbraccia entrambi i lati della stessa realtà.
Anno 2024
Cinzia Sauli
LE STAGIONI DI ISABELLE di Simone Riccardi
Le stagioni di Isabelle è un’opera video di introspezione, in cui Simone Riccardi esplora i cicli interiori del femminile attraverso immagini sospese, filtrate da luci seppiate e suoni della natura. Isabelle, protagonista compie gesti lenti e rituali che evocano il passaggio del tempo e la trasformazione interiore. Il video è un racconto poetico in cui ogni scena è una soglia tra il visibile e l’invisibile, un inno all’attesa, alla memoria e alla forza simbolica dei piccoli atti. Un’opera che parla al ritmo dell’anima, fra immobilità apparente e vibrazione emotiva.
Anno 2025
Cinzia Sauli