“Un’opera è tanto più notevole quanto meno la si comprende, quanto meno è comprensibile tanto è più giusta. Perché di cose comprensibili ce ne sono abbastanza. Ma per l’arte è molto meglio suscitare negli uomini uno sforzo di immaginazione che magari vada anche oltre.”

J. Beuys

 

Simone Riccardi è nato a Frosinone il 4 ottobre 1976, allievo di Francesco Zito, si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone frequentando il corso di scenografia.  Scenografo, artista multimediale, video performer, disegnatore, docente di disegno e storia dell’arte. Ha realizzato libri d’artista, pubblicato videoclip, cortometraggi, ha allestito mostre personali e preso parte, su invito, a importanti rassegne di Arti Visive, tra le quali: personale presso la Galleria Modigliani di Romano Pelati, Milano. Premio Arte Milano, Teatro Dal Verme con la presenza di Vittorio Sgarbi. Premio Internazionale Berlino Franzosische Friedrichstadtkirche, EA Editore. Premio Arte Milano, The Factory presso la Fabbrica del Vapore con la presentazione di Philippe Daverio. Vincitore del 1° Premio della critica, sezione video arte, e vincitore del Premio Internazionale Grand Tour. Vincitore del 1° Premio Velàzquez, Galleria Gaudì di Madrid. Vincitore del 1° Premio Picasso, Espace Thorigny Le Marais di Parigi. Hanno scritto sulla sua opera Costanzo Costantini (giornalista, scrittore e biografo di Federico Fellini), Philippe Daverio, Mario Lunetta, Vittorio Sgarbi, Giorgio Falossi, Fulvio Castellani, Gianni Latronico, Paolo Levi, Sandro Serradifalco, Rosita Taurone, Federico Caloi ed altri. La sua ricerca artistica è inserita periodicamente all’interno di riviste d’arte specializzate ed è presente in enciclopedie d’arte contemporanea. Mario Lunetta scrive: “...accentuando la nativa marca visionaria dell’artista, questa suite di lavori recenti di Simone Riccardi presenta un tasso onirico fluttuante in vuoti d’aria da incubo astronautico. Figurazioni umane o post-umane, schiantate nei loro assetti fisiologici come straziati da un’emotività che può risolversi in urlo e furore, in smorfia dolorosa o in rictus; emblemi della solitudine che è piuttosto isolamento e costrizione. Una sorta di horror movie immerso in un bagno di lividori nel quale queste icone fantasmatiche, violente o disperate, non hanno rapporti fra loro, perse in una sospensione al limite del buio accecante che abita i territori dell’inconscio contemporaneo."